L'attrice in "Troppo amore" della Cavani per Raiuno "Una storia di stalking, il nostro film lancia l'allarme"
SIMONETTA ROBIONY
ROMA
E’ uno dei progetti più prestigiosi della prossima stagione tv: quattro film per la Rai prodotti da Claudia Mori sulla violenza alle donne. Il primo, Troppo amore, sullo stalking, un problema che recenti casi di cronaca hanno reso drammatico, è firmato da Liliana Cavani e interpretato da Antonia Liskova. È la storia di una relazione sbagliata e ossessiva. Lei, la Liskova, è una studentessa universitaria, lui, Massimo Poggio, è un docente di storia dell’arte. Si innamorano, ma il loro legame poco alla volta comincia a deteriorarsi. Lui pretende che lei legga i libri scelti da lui. Che cambi modo di vestire. Lei accetta. Crede che lui possa migliorarla, sente di essergli inferiore. Teme di non meritarlo. Lascia gli amici. Si sottomette ai suoi desideri. Comincia però a sentirsi costretta e a dire piccole bugie. Finché non arriva il primo schiaffo: è andata a prendersi una caffè senza avvisarlo. E scatta la persecuzione.
Antonia Liskova, arrivata in Italia dalla Slovacchia a 18 anni, una delle facce più popolari della nostra fiction, un marito e una figlia di sei anni romani come lei non potrà mai diventare, sta girando di nuovo Tutti pazzi per amore , primo ruolo comico della sua carriera, accettato allora con titubanza in sostituzione di Stefania Rocca che aspettava il suo secondo figlio. Ma in testa ha ancora l’emozione, la vergogna e perfino la paura provate sul set della Cavani. «Girare una storia tanto reale, ispirata a persone che l’hanno vissuta sulla propria pelle, è profondamente coinvolgente. Ci sono stata male».
La vicenda nasce da un fatto di cronaca?
«No, ma è legata a tanti fatti orribili che accadono ovunque nel mondo occidentale. Avevamo appena finito le riprese che a Terracina un uomo ha ucciso la sua compagna per essere stato respinto ancora una volta. Ci ha fatto impressione».
Come mai si ripetono con questa frequenza?
«Mah. Noi donne, sulla carta, abbiamo raggiunto la parità. L’uomo spesso non accetta questa condizione. E non vuole cambiare. Forse perché per il sesso maschile è più duro affrontare il cambiamento, mentre noi che siamo predisposte dalla maternità ad affrontare situazioni nuove, ci adattiamo facilmente. Siamo più elastiche, più flessibili, più malleabili, più capaci di reggere dolore e fatica. Viviamo più a lungo, vero, ma questo nostro atteggiamento può danneggiarci».
Che intende?
«In una relazione sentimentale finiamo per sopportare quello che non dovremmo. Diventiamo marionette nelle mani di un padrone che amiamo e temiamo allo stesso tempo. Non ci ribelliamo perché, nel profondo, riteniamo sia giusto quello che ci accade. Un errore gravissimo».
Si dovrebbero denunciare le violenze. Vero. Ma la paura che la situazione possa peggiorare ci paralizza.
«Tante donne non denunciano perché hanno figli da mantenere, non vogliono sporcare la fedina penale del loro compagno, credono che la violenza possa crescere, che arrivi a minacciare i bambini, che finisca per sfociare in una tragedia. E’ complicato andare in commissariato a raccontare di essere malmenate e oppresse dal proprio compagno. Però si deve fare».
Ne è convinta?
«Sì. Ho un’amica, molto più grande di me, che gestisce una casa rifugio per donne, La piccola pietra, dove si respira una grande serenità. E’ un nido per le madri e per i bambini. Quando vado a trovarla so che troverò un ambiente rilassato».
Quanti ce ne sono di posti così in Italia?
«Pochi. Devono aumentare. Il nostro film lancia l’allarme. Dobbiamo fare presto. E’ talmente orrendo essere brutalizzate dalla persona alla quale si vuol bene. Inaccettabile. Mi ricordo che quando, dopo una giornata di set tornavo a casa, sentivo addosso a me l’odore del sangue, il dolore delle botte, il disgusto per quel che avevo provato. Non avevo recitato ma vissuto quella violenza. Vengo da una famiglia cattolica. Dalla vita ho avuto molto più di quel che mi aspettavo. Ho un legame strettissimo con mia madre che è rimasta in Slovacchia e con mia figlia che è già abbastanza grande per capire. Sono un’attrice. E’ vero. Ma prima di tutto sono una donna normale con le sue contraddizioni. Fare qualcosa per le altre donne mi rende orgogliosa».
Fonte:
http://www3.lastampa.it/spettacoli/sezioni/articolo/lstp/400691/
SIMONETTA ROBIONY
ROMA
E’ uno dei progetti più prestigiosi della prossima stagione tv: quattro film per la Rai prodotti da Claudia Mori sulla violenza alle donne. Il primo, Troppo amore, sullo stalking, un problema che recenti casi di cronaca hanno reso drammatico, è firmato da Liliana Cavani e interpretato da Antonia Liskova. È la storia di una relazione sbagliata e ossessiva. Lei, la Liskova, è una studentessa universitaria, lui, Massimo Poggio, è un docente di storia dell’arte. Si innamorano, ma il loro legame poco alla volta comincia a deteriorarsi. Lui pretende che lei legga i libri scelti da lui. Che cambi modo di vestire. Lei accetta. Crede che lui possa migliorarla, sente di essergli inferiore. Teme di non meritarlo. Lascia gli amici. Si sottomette ai suoi desideri. Comincia però a sentirsi costretta e a dire piccole bugie. Finché non arriva il primo schiaffo: è andata a prendersi una caffè senza avvisarlo. E scatta la persecuzione.
Antonia Liskova, arrivata in Italia dalla Slovacchia a 18 anni, una delle facce più popolari della nostra fiction, un marito e una figlia di sei anni romani come lei non potrà mai diventare, sta girando di nuovo Tutti pazzi per amore , primo ruolo comico della sua carriera, accettato allora con titubanza in sostituzione di Stefania Rocca che aspettava il suo secondo figlio. Ma in testa ha ancora l’emozione, la vergogna e perfino la paura provate sul set della Cavani. «Girare una storia tanto reale, ispirata a persone che l’hanno vissuta sulla propria pelle, è profondamente coinvolgente. Ci sono stata male».
La vicenda nasce da un fatto di cronaca?
«No, ma è legata a tanti fatti orribili che accadono ovunque nel mondo occidentale. Avevamo appena finito le riprese che a Terracina un uomo ha ucciso la sua compagna per essere stato respinto ancora una volta. Ci ha fatto impressione».
Come mai si ripetono con questa frequenza?
«Mah. Noi donne, sulla carta, abbiamo raggiunto la parità. L’uomo spesso non accetta questa condizione. E non vuole cambiare. Forse perché per il sesso maschile è più duro affrontare il cambiamento, mentre noi che siamo predisposte dalla maternità ad affrontare situazioni nuove, ci adattiamo facilmente. Siamo più elastiche, più flessibili, più malleabili, più capaci di reggere dolore e fatica. Viviamo più a lungo, vero, ma questo nostro atteggiamento può danneggiarci».
Che intende?
«In una relazione sentimentale finiamo per sopportare quello che non dovremmo. Diventiamo marionette nelle mani di un padrone che amiamo e temiamo allo stesso tempo. Non ci ribelliamo perché, nel profondo, riteniamo sia giusto quello che ci accade. Un errore gravissimo».
Si dovrebbero denunciare le violenze. Vero. Ma la paura che la situazione possa peggiorare ci paralizza.
«Tante donne non denunciano perché hanno figli da mantenere, non vogliono sporcare la fedina penale del loro compagno, credono che la violenza possa crescere, che arrivi a minacciare i bambini, che finisca per sfociare in una tragedia. E’ complicato andare in commissariato a raccontare di essere malmenate e oppresse dal proprio compagno. Però si deve fare».
Ne è convinta?
«Sì. Ho un’amica, molto più grande di me, che gestisce una casa rifugio per donne, La piccola pietra, dove si respira una grande serenità. E’ un nido per le madri e per i bambini. Quando vado a trovarla so che troverò un ambiente rilassato».
Quanti ce ne sono di posti così in Italia?
«Pochi. Devono aumentare. Il nostro film lancia l’allarme. Dobbiamo fare presto. E’ talmente orrendo essere brutalizzate dalla persona alla quale si vuol bene. Inaccettabile. Mi ricordo che quando, dopo una giornata di set tornavo a casa, sentivo addosso a me l’odore del sangue, il dolore delle botte, il disgusto per quel che avevo provato. Non avevo recitato ma vissuto quella violenza. Vengo da una famiglia cattolica. Dalla vita ho avuto molto più di quel che mi aspettavo. Ho un legame strettissimo con mia madre che è rimasta in Slovacchia e con mia figlia che è già abbastanza grande per capire. Sono un’attrice. E’ vero. Ma prima di tutto sono una donna normale con le sue contraddizioni. Fare qualcosa per le altre donne mi rende orgogliosa».
Fonte:
http://www3.lastampa.it/spettacoli/sezioni/articolo/lstp/400691/


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